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JAZZ CLUB PERUGIA, UN APPROCCIO NUOVO

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di Manuele Morbidini
Una stagione di concerti è anzitutto il tentativo di comporre un’immagine. Un’immagine che deve inevitabilmente provare a rendere ragione di una realtà estremamente complessa, e vale a dire di quell’insieme mobile e contraddittorio di suoni, esperienze, persone che continuiamo a raccogliere sotto la parola “jazz”. Abbiamo cercato di farlo adottando una prospettiva il più possibile ampia e inclusiva, coinvolgendo anche i musicisti della città – oltre a me, tra gli altri, Rossano Emili, Igor e Pedro Spallati – in una specie di direzione artistica “partecipata”.

 

Ci saranno gli eredi della grande tradizione del jazz, come Larry Willis e Willie Jones III, che certo non hanno bisogno di presentazioni. Ci sarà il trio di Chihiro Yamanaka e non mancherà l’ormai abituale appuntamento con il gospel a dicembre. Ma allo stesso tempo abbiamo cercato di includere uno sguardo su ciò che di nuovo accade nel presente del jazz, dando spazio a musiche meno consuete per il Jazz Club di Perugia.

 

Dunque apriranno e chiuderanno la programmazione il Jim Black Trio e These Arches di Ches Smith, due formazioni straordinarie in cui sono coinvolti buona parte dei musicisti di riferimento della scena newyorkese degli ultimi anni. A gennaio e a febbraio, inoltre, due gruppi di notevole interesse che raramente capita di poter ascoltare: il suggestivo trio italo-americano di Renzi-Senni-Weinstein, e Hütte di Max Andrzejewski, ottimo esempio della vitalità creativa dell’ultima generazione di musicisti tedeschi, per la prima volta in Italia.

 

Ma la stagione del Jazz Club è anche, e soprattutto, il tentativo di comporre una comunità. Una comunità fatta di musicisti e appassionati, che ormai da decenni fa parte della città e dei suoi luoghi. E di riunirla intorno a questa sorta di rito collettivo – in fondo uno dei pochi in cui si possa ancora provare a credere – augurandoci che possa rinnovarsi, stringersi e continuare a crescere.

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